Ettore Sottsass jr.
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Ettore Sottsass jr.

22 gennaio 2018

«il design è un modo di discutere la vita. È un modo di discutere la società, la politica, l’erotismo, il cibo e persino il design» (Ettore Sottsass, 1993)

Ettore Sottsass nasce a Innsbruck nel 1907, da padre architetto (omonimo) e madre austriaca. Diplomatosi al liceo Scientifico Galileo Ferraris, s’iscrive alla facoltà di architettura del Politecnico di Torino, dove si laurea nel 1939. Arruolato durante la seconda guerra mondiale, viene imprigionato oltreconfine per circa sei anni. Finalmente libero, torna in Italia nel 1947 lavorando a Milano – dove frequenta Giuseppe Pagano – dapprima con il padre e, poi, aprendo il proprio studio di design.

Nel 1948 aderisce al MAC, il Movimento di Arte Concreta, e partecipa in qualità d’artista alla prima collettiva dedicata a questa corrente. Oltre alla passione per arte e design, Sottsass si è attivamente dedicato anche alla fotografia.

Grazie all’incontro con l’imprenditore Sergio Camilli, diviene nel 1957 art director di Poltronova, per la quale progetterà i “Superbox” – armadi rivestiti in laminato Print a righe, ispirati segnali stradali o distributori di benzina – i mobili della serie cui appartiene “Barbarella” (1965), lo specchio “Ultrafragola” (1970).

Nel 1958 inizia, invece, la sua lunga collaborazione con Olivetti, in qualità di consulente per il design: Il rapporto dura oltre trent’anni e frutta a Ettore Sottsass numerosi premi, tra cui tre Compassi d’oro. Per l’azienda d’Ivrea disegna tra l’altro il primo calcolatore elettronico italiano, “Elea 9003” (1959) e molte macchine da scrivere, tra le quali la “Praxis” (1964), “Tekne” (1964) e la celebre “Valentine” (1969, insieme a Perry King). A cui si aggiungono le calcolatrici “Logos 27” (1963), “Summa-19” (1970), “Divisumma 26” e il sistema per ufficio “Synthesis” (1973).

In questi primi anni di attività Ettore Sottsass matura una visione del design come strumento di critica sociale, che lo porterà ad affermare che «il design è un modo di discutere la vita. È un modo di discutere la società, la politica, l’erotismo, il cibo e persino il design. Infine, è un modo di costruire una possibile utopia figurativa, o di costruire una metafora della vita. Certo, per me il design non è limitato dalla necessità di dare più o meno forma a uno stupido prodotto destinato a un’industria più o meno sofisticata; per cui, se devi insegnare qualcosa sul design, devi insegnare prima di tutto qualcosa sulla vita e devi insistere anche spiegando che la tecnologia è una delle metafore della vita».

 il design è un modo di discutere la vita. È un modo di discutere la società, la politica, l’erotismo, il cibo e persino il design.

Da qui la sua adesione ai principi del Radical design: insieme al gruppo “Alchymia” espone al Design Forum di Linz (1979) la “Seggiolina da pranzo” (in ferro cromato e laminato Abet Print), la lampada da terra “Svicolo” (che produce luci dai colori pop, grazie a neon rosa e neri) e il tavolino “Le strutture tremano”: oggetti in cui, per l’appunto, l’alchimia di forme, colori e materiali tra i più disparati produce nuovi canoni estetici che mirano a superare l’idea per cui l’ornamento è un delitto. Nel 1980 fonda dapprima “Memphis” – in collaborazione con altri progettisti, tra cui Hans Hollein, Arata Isozaki, Andrea Branzi, Michele de Lucchi – il cui scopo è donare agli oggetti “uno spessore simbolico, emotivo e rituale. Il principio alla base di mobili assurdi e monumentali è l’emozione prima della funzione”; poi, lo studio Ettore Sottsass Associati, di cui fanno parte Aldo Cibic, Matteo Thun, Marco Zanini e Marco Marabelli. Oggetti simbolo di questi anni sono la libreria “Carlton” (1981), il mobile “Cargo” (1979) e il tavolo “Tatar” (1985).

Molto amato all’estero, è stato selezionato da Emilio Ambasz per rappresentare il nuovo design italiano all’epocale mostra del MoMAintitolata “Italy. The new domestic landscape” (1972) e oggetto di numerose personali, tra cui quelle alla Cooper Hewitt di New York e all’International Design Zentrum di Berlino (entrambe svoltesi nel 1976). Al MoMA presenta un prototipo intitolato “Micro Environment”, con cui cerca di annullare la distinzione – tipicamente funzionalista – della casa in stanze distinte in base all’uso che se ne fa. Sottsass descrive il progetto come «un sistema di “contenitori” in plastica per l’arredamento della casa. Questi contenitori permettono la costruzione di un environment domestico adattabile in ogni momento alle necessità degli abitanti. L’idea è che le necessità “arredino” la casa. In altre parole, mentre fino ad ora la scena per il dramma o la commedia domestica è stata una scena fissa (come nel teatro greco), ora la scena potrà cambiare facilmente ad ogni mutamento di situazione. Questa possibilità di cambiare la scena potrà modificare o permettere di modificare (penso) anche la materia stessa del dramma o della commedia o del rito domestico» (1971).

All’attività sul campo il progettista affianca spesso interventi critici, che lo hanno per esempio portato a ideare, nel 1988, la rivista “Terrazzo”, nella cui redazione lavorano Barbara Radice, Christoph Radl, Anna Wagner e Santi Caleca. Dedicata a design e architettura, viene pubblicata in tredici numeri, usciti fino al 1996.

Profondamente deluso dalla produzione di massa italiana, che accusa di fomentare la società del consumismo, a partire dagli anni Novanta Ettore Sottsass riduce le collaborazioni come designer a pochi interventi per gallerie d’arte, dedicandosi invece con maggiore assiduità all’opera di architettura. Tra i progetti edilizi, meno noti rispetto alla produzione di design, si segnalano la casa Wolf a Ridgway, in Colorado (1986-1989); il condominio di viale Roma a Marina di Massa (1985); la villa Mourmans a Lanaken, in Belgio (1995-2001, con Johanna Grawunder); un intero villaggio a Singapore (2000). Tutte opere incentrate sull’uomo, in cui si registra il tentativo di stabilire un contatto tra la natura e artificio, da un lato, e tra nuova costruzione e genius loci, dall’altro. Perché, dice Sottsass, «il rito dell’architettura si compie per rendere reale uno spazio che prima del rito non lo era. Lo spazio è reale quando è solido di attributi e pesante di significati, quando è condensato – come un brodo – di presenze e di suggestioni, quando cola – come un denso colore – di sorprese e di trasformazioni, quando impallidisce di ombre e si corrompe di luce» (1956).

È scomparso a Milano il 31 dicembre 2007, all’età di novant’anni, dopo aver ricevuto moltissimi premi e riconoscimenti, tra cui si segnalano la laurea honoris causa dal Royal College of Art di Londra (1976), la nomina a Officier de l’Ordre des Arts et des Lettres della Repubblica Francese (1992), il premio IF Award Design dall’Industrie Forum Design di Hannover (1994), la nomina a Honorary Doctor del Royal College of Art di Londra (1996), l’Oribe Award dalla città di Gifu in Giappone (1997). È stato grande Ufficiale per l’Ordine al Merito, dal 2002 fino alla morte.

Attraverso le parole di Hans Hollein:

 Sottsass è un mago. Senza Sottsass la nostra vita sarebbe incolore

https://www.domusweb.it/it/progettisti/ettore-sottsass-jr.html

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